Tè in portoghese si dice chà. Me lo ha insegnato lei: ne ha bevute diverse tazze durante i trenta giorni trascorsi in Brasile.
Al suo ritorno mi ha incantata rendendomi partecipe della sua straordinaria esperienza e le ho chiesto di venire e fare lo stesso con voi qui.
Sediamo tutti su questo tappeto: ha il colore della terra bruciata; teniamoci stretti, accendiamo qualche candela e lasciamo che lei racconti.
Grazie Giusy. Gli incontri sono doni che si ricevono forse per caso, ma sono certa abbiano un significato tutt'altro che casuale.
Aparecida de Goiana, 14 agosto 2006
Oggi le lacrime scorrono copiose...i pensieri, intrappolati nella rete della
memoria, sono in grado solo di far rumore, tanto rumore.
Che strana sensazione...mentre qui tutto urla dolore, i sorrisi continuano
ad abbellire bocche affamate...affamate di vita, di gioia, di sollievo.
Gli occhi. Gli occhi dei bambini continuano a ridondarmi nella mente...sono
grandi, scuri, chiari, espressivi...occhi che non si piegano alla viltà
della vita, che non si lasciano irretire dalla troppa sofferenza...che fine
faranno questi occhi? Su quali destini si chiuderanno? Beata innocenza.
Mi guardo attorno ...tutto stride...le case, i sacchi neri, le staccionate,
le piante, si confondono con l'immenso azzurro del cielo, con le nuvole che
scorrazzano spensierate.
Sì qui la natura è sovrana ...mostra e dona il meglio di sé e rende
dignitosa anche la più misera delle abitazioni.
Natura illusoria...natura che cela la verità più vera...natura che consola gli occhi dei
viaggiatori.
Turista o viaggiatrice? Chi sono io in questa avventura?
Hogen, un insegnante cinese di Zen, viveva tutto solo in un piccolo tempio in campagna.
Un giorno arrivarono quattro monaci girovaghi e gli chiesero se potevano accendere un fuoco nel suo cortile per scaldarsi.
Mentre stavano preparando la legna, Hogen li sentì discutere sulla soggettività e sull’oggettività. Andò loro accanto e disse: «Ecco questa grossa pietra. Secondo voi, è dentro o fuori della vostra mente?».
Uno dei monaci rispose: «Dal punto di vista del Buddhismo, tutto è un’oggettivazione della mente, perciò direi che la pietra è nella mia mente».
«Devi sentirti la testa molto pesante», osservò Hogen «se te ne vai in giro portandoti nella mente una pietra come questa».
C’è un grande disegno di Pinocchio ad accogliermi, sulla porta.
Sistemo ancora una volta la mascherina prima di entrare.
Lo saluto e gli sorrido, ma con gli occhi. Non posso stringergli le mani, né fargli una carezza. Non posso toccarlo.
Non credevo esistessero delle stanze d’ospedale così piccole. E non credevo si potesse essere costretti a rimanerci così a lungo.
Ha molti meno capelli rispetto all’ultima volta che l’ho visto: eravamo a pranzo nel suo meraviglioso trullo, immersi tra cielo e ulivi. Profumo di basilico, musica e cuccioli di Labrador. Lenzuola bianche stese al sole e odore di caffè.
Scorgo qualche ruga in più, soprattutto sulla fronte, ma sono felice di vedere che non ha perso lo sguardo curioso, gli occhi fieri.
Mi dice che sono carina con la cuffia e il camice sterile e capisco che quello è il suo modo di abbracciarmi.
Per qualche attimo sento mancarmi il respiro, non c’è molta aria e non c’è luce. Non ci sono finestre.
Lui osserva ogni mio movimento e capisce che sto faticando a rimanere ferma. È uno psichiatra.
Mi chiede se sto bene, se preferisco andare via, ma io capisco che non vorrei essere in nessun altro posto.
Gli amici lo chiamano Cico, io lo chiamo ancora Salvatore.
Conta circa 60 primavere e da qualche anno ha adottato un bambino. È un uomo di rara intelligenza e sensibilità.
È faticoso cominciare a parlare; per un lungo tempo rimaniamo ad osservare insieme le sue flebo, grandi clessidre di vetro che sembrano fermare il tempo.
Poi magicamente un susseguirsi affannato di domande e risposte e ancora domande. I miei progetti per il futuro, le sue aspirazioni mancate, il mio viaggio a Parigi, il suo viaggio a Parigi, la musica e il diario che ha iniziato a scrivere da quando ha preso possesso di questa stanza.
Mi chiede com’è stato il cielo negli ultimi 20 giorni, quante volte è comparsa la luna, che odore ha il vento in questa città e se c’è ancora gente che per strada mangia il gelato.
Gli porgo le fotografie che ho scattato per lui durante il percorso da casa mia all’ospedale. Gli racconto della bottega di Rita, la mia fruttivendola, delle sue labbra sottili corrette sempre da un rossetto rosso, della sua folta chioma ramata e della mistura di profumi di pesche, pomodori, prezzemolo, arance e meloni. Gli mostro la Fontana Maggiore, la vastità del corso e le ombre che il sole disegna sulla scalinata della cattedrale. E gli rubo un sorriso, assaporo il piacere del prendermi cura di lui.
C’è uno strano silenzio in questa stanza, è un luogo fuori dal tempo e dallo spazio. Una cella che ti sbatte sul naso tutta la tua vita e ti costringe a ricordarla, scandagliarla, rimproverarla o rimpiangerla.
È debole e temo non abbia molta voglia di parlare. Prendo allora uno dei suoi libri sparsi sul letto, una copertina che riconosco perché fa parte della mia libreria.
Scelgo una poesia e inizio a leggerla ad alta voce, lentamente. Come a volerlo cullare.
Lui si prepara ad ascoltarmi con gli occhi chiusi e insieme consumiamo un attimo di profonda tenerezza.
Sono entrambi convinti
che un sentimento improvviso li unì.
È bella una tale certezza
ma l’incertezza è più bella.
Non conoscendosi prima, credono
che non sia mai successo nulla fra loro.
Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi
dove da tempo potevano incrociarsi?
Vorrei chiedere loro
se non ricordano -
una volta un faccia a faccia
forse in una porta girevole?
uno «scusi» nella ressa?
un «ha sbagliato numero» nella cornetta?
- ma conosco la risposta.
No, non ricordano.
Li stupirebbe molto sapere
che già da parecchio
il caso stava giocando con loro.
Non ancora del tutto pronto
a mutarsi per loro in destino,
li avvicinava, li allontanava,
gli tagliava la strada
e soffocando un risolino
si scansava con un salto.
Vi furono segni, segnali,
che importa se indecifrabili.
Forse tre anni fa
o il martedì scorso
una fogliolina volò via
da una spalla a un’altra?
Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.
Chissà, era forse la palla
tra i cespugli dell’infanzia?
Vi furono maniglie e campanelli
su cui anzitempo
un tocco si posava sopra un tocco.
Valigie accostate nel deposito bagagli.
Una notte, forse, lo stesso sogno,
subito confuso al risveglio.
Ogni inizio infatti
è solo un seguito
e il libro degli eventi
è sempre aperto a metà.
(Amore a prima vista - W. Szymborska)
Non ho mezzi per asciugare quella lacrima ma posso provare a spostargliela facendolo sorridere. Così inizio ad intonare un motivetto allegro, mia nonna lo canta spesso, e lui applaude la fine del mio show.
Vedo l’infermiera al di là della porta che sorride compiaciuta, insieme a Pinocchio.
Qui voglio lasciare la mia finestra per te, Cico. Voglio imprimere uno squarcio nel muro di fronte al tuo letto, sotto il televisore spento.
Questa era la mia finestra sul mondo durante la mia ultima degenza in ospedale.
Sul davanzale ti lascio una tazza di tè e accanto un fiore di loto.
Le città sono diverse, gli anni sono diversi, ma in fondo gli alberi e il cielo sanno rimanere sempre gli stessi.
L’arte del Chanoyu, perché di arte si tratta, è cosa assai complessa.
Sono certa che non si possa conoscerla e comprenderla del tutto fino in fondo; in compenso si può amarla senza alcuna riserva.
È assolutamente affascinante, intrigante, ricolma di simbologie poetiche e fantasiose.
Letteralmente Cha no you significa "acqua calda (per il) tè" e possiamo riassumerne l’essenza con questo pensiero che appartiene ai più grandi maestri: «Non cercate la ricetta, ma lo spirito del tè».
È un’arte giapponese e nasce con Murata Shuko (1422-1502) che ne fonda le prime regole. Successivamente con Sen no Rikyu (1522-1591) diventa un vero e proprio rito, con codici e consuetudini ben definite.
La cerimonia del tè è un inno alla semplicità: tutto è semplice, sobrio, frugale. Dal luogo in cui si svolge, ai gesti, agli oggetti utilizzati, fino ad arrivare alle parole. Ne bastano appena quattro per raccoglierne i principi fondamentali:
- Wa: si riferisce all’armonia tra le persone e con la natura, armonia degli utensili e la maniera in cui essi vengono usati;
- Kei: indica il rispetto verso tutte le cose e sincera gratitudine per la loro esistenza;
- Sei: rappresenta la purezza interiore, ma anche pulizia delle cose che ci circondano;
- Jaku: indica la tranquillità e la pace della mente e corrisponde allo stato in cui l'anima rimane aperta.
Adesso abbandonate per qualche istante qualunque cosa stiate facendo. E venite con me.
Celebriamo oggi la nostra cerimonia del tè.
Ho scelto per voi abiti dai colori discreti, sono quelli da preferire in questa occasione.
Ci rechiamo in un luogo riservato, si chiama la "casa del vuoto", o chashitsu. Vi accediamo attraverso un piccolo giardino, percorrendo un viottolo sinuoso: fate attenzione ad alcune pietre, piatte e irregolari, contribuiscono ad allestire la scenografia di un sentiero di montagna.
Lungo il sentiero trovate una conca in pietra piena d'acqua: qui possiamo lavare le mani e sciacquare la bocca, purificandoci dalle preoccupazioni quotidiane.
Lasciate il vostro ego fuori dalla porta: la casa del vuoto ha un ingresso che obbliga tutti coloro che vi entrano a chinarsi, in un atteggiamento di umiltà.
Prima di farvi accomodare, mi accingo a spazzare i tatami (stuoie di bambù intrecciato, tradizionale pavimento delle case giapponesi) con una scopa di saggina, «per togliere tutta la polvere del mondo».
Ora guardatevi intorno. Osservate come ogni cosa qui dentro infonda una inspiegabile sensazione di pace e benessere. L’assenza di mobili e le linee sobrie del chashitsu evocano quasi un ritiro d’eremita: c’è un rotolo di carta di riso con una calligrafia tracciata dalla mano di un artista e qualche fiore disposto in un vaso; questo costituisce il tokonoma, il posto della Bellezza.
Al centro, un focolare scavato nel pavimento, su cui è posto un bollitore.
Ciascun utensile, come vedete, è in materiale naturale e spesso variano durante i diversi mesi dell'anno per essere sempre in accordo con la stagione, in armonia con la natura.
Mi inginocchio su un tatami e asciugo la ciotola (chawan) con un panno di seta appeso alla cintura del mio kimono.
Accendo l’incenso prelevandolo dalla sua scatolina (kogo): non sono certa che i grandi maestri lo prevedano ma a me piace molto.
Prendo il tè Matcha da unascatolina laccata (chaire) con un spatola di bambù (chashaku) e lo verso nella ciotola. Attingo l’acqua dal bollitore di ghisa o dalla teiera (kama) posta sul fornello incassato nel pavimento con il mestolo di bambù (hishaku) e la verso nella ciotola.
Adesso frullo vigorosamente il tutto con una frusta di bambù (chasen) per poter ottenere la "schiuma di giada": il tè così preparato prende il nome di koicha. In realtà dovrei frullare il tè non con il braccio ma con il mio hara, cioè il punto fittizio dove si trova il baricentro energetico, tra ombelico ed osso pubico: in pratica, il movimento dovrebbe partire dalla sorgente, dal centro del mio essere.
La grazia e al tempo stesso la forza con cui si adoperano gli oggetti è molto importante, ché «Come siamo con gli oggetti, così siamo - in modo più o meno visibile - con gli altri». Solo adesso posso porgere la ciotola al primo di voi il quale, prima di bere a piccoli sorsi, mi ringrazierà con un istante di raccoglimento. Poco dopo pulirà il punto della tazza da cui ha bevuto con una salvietta di carta (kaishi)e passerà la ciotola al secondo di voi, che berrà e asciugherà la tazza esattamente nello stesso modo. Passerete la ciotola al terzo, al quarto e quinto di voi, perché tutti possiate gustare il tè.
Quando l'ultimo di voi avrà finito, porgerà la ciotola al primo, che a sua volta la restituirà a me. Come un cerchio perfetto che va a chiudersi, come un abbraccio.
Come avrete notato, la cerimonia non prevede né attori, né spettatori: ci sono solo "esseri" che agiscono, uno per l’altro, per raggiungere il solo scopo di creare un istante di perfetta armonia.
Mi auguro che l’economia di ciascun gesto, insieme all’attenzione ai minimi dettagli di un atto così semplice, abbiano permesso ad ognuno di voi di trovare la calma dentro di sé e di condividere un momento di felicità contemplativa.
Desideravo che qui oggi voi trovaste un’oasi di tranquillità, avvolti da un velo di bellezza e raffinatezza. Spero di esserci riuscita.
Adesso aspetto che siate voi a raccontarmi la vostra cerimonia del tè. Descrivetemi il vostro rito, il momento in cui preparate e gustate il vostro tè.
Non è difficile, in fondo «Il tè non è nient'altro che questo: far scaldare l'acqua, preparare il tè e berlo convenientemente».
*Da questo post è stato tratto un articolo pubblicato su Naturalia Domus [Ottobre 2007].
Specchiandomi
nel riflesso del tè ho visto colori e profumi nuovi:
ho lasciato che mi ridisegnassero il volto e i pensieri.
Con un soffio spingo questo riflesso fino a voi, con la
speranza di poter scoprire e condividere, insieme a qualche
spunto di vita vissuta, il piacere della meraviglia di
questo impero dei sensi.
Avete mai provato ad inventare o sperimentare delle ricette
a base di tè?
Se lo avete già fatto, o avete voglia di tentare, scrivetemi
qui e inviatemi la vostra creazione: di tanto in tanto provvederò
a pubblicare ogni vostra proposta. Per il piacere di stare tutti
a tavola insieme.
IL TÈ PER TE
Se non avete modo di acquistare un tè che vi incuriosisce, scrivetemi e proverò ad aiutarvi spedendovi l'infuso che desiderate. Direttamente a casa vostra.