L’ospite di oggi ha esordito giovanissimo: la sua prima raccolta di versi si intitola Foreste sensoriali. È nato a Chioggia (Venezia) ed è laureato in lingua e letteratura cinese. Renzo Cremona è uno scrittore molto particolare, ha una spiccata sensibilità e difende la libertà di espressione e di ricerca.
Tra le altre cose, ha scritto un delizioso libretto che si lega all’universo del tè e ha dimostrato di saperne cogliere aspetti sorprendenti.
Un uomo piacevole, molto intelligente e dotato di una gentilezza antica.
Lo ringrazio ancora per aver accettato di sottoporsi a questa breve intervista e per averla resa un’occasione di crescita e arricchimento.
-Renzo, come e dove ha avuto luogo il tuo incontro con il tè? Il tè è stato un mondo che si è dischiuso piano piano attorno a me, e mi è difficile riuscire a rintracciare nel tempo il momento preciso in cui l'ho conosciuto. Se guardo indietro, però, e cerco di afferrare il ricordo che va più lontano di tutti gli altri, ho sempre la stessa immagine nitida dell'occasione in cui ho percepito chiaramente che bere un tè è in verità un po' come mettere un piede in un mondo parallelo: ho una decina d'anni, e io e mia madre andiamo a trovare, in un bel pomeriggio di primavera, una zia che è rientrata dopo molti anni dall'estero. Fuori c'è il sole, entriamo in casa e ci sediamo. Subito lei va a mettere l'acqua sul fuoco e prepara le tazze, la teiera, i cucchiaini. La chiacchierata tranquilla, il clima rilassato e senza fretta, l'aria accogliente della casa producono in me una reazione a catena.
Da quel pomeriggio in poi, tutte le volte che ci siamo visti, io pregustavo già da prima il sapore del tè, ma, più di tutto, l'atmosfera che l'avrebbe accompagnato. Sarà forse stato che ho sempre percepito quanto bene si accordi una tazza di tè bollente ad una piacevole conversazione, sarà anche stata la sensazione di condividere in quel momento qualcosa di speciale, ma, ecco, credo che sia stato proprio allora che ho capito, anzi, sentito che il tè non è una bevanda, bensì un momento di tempo e di spazio tutto per noi.
Con gli anni ho poi proseguito la strada iniziata, inoltrandomi anche su sentieri poco battuti, e intraprendere in un secondo momento un corso di studi in orientalistica all'università mi ha sicuramente spinto ancor più verso la scoperta di questo mondo inesplorato - e in Italia ancora sconosciuto ai più, purtroppo - che è il tè.
-In che modo il tè è riuscito a ispirarti? Il mio rapporto col tè è, se vogliamo, di natura sinestesica, va a coinvolgere un'intera rete sensoriale che si dipana da un centro che ha carattere variabile. Può essere che sia lo stato d'animo a condurmi verso un tè anziché un altro, o che viceversa sia la qualità del tè stesso ad evocare delle percezioni, delle immagini particolari. Come una palla che rimbalza all'interno di una grande stanza vuota, poi, ci sono naturalmente echi, richiami, ombre e variazioni di luce che vengono prodotte dai nuovi movimenti.
Quando ho scritto il terzo quadro, ad esempio, la sensazione che ho provato assaporando un eccezionale Bai Mudan giallo - di cui, fino a poco più di un anno fa, non sapevo nemmeno l'esistenza - ha provocato dentro di me una specie di corto circuito che è andato a coinvolgere il gusto, la parola, il pensiero, lo stato d'animo, tutto: non so spiegare cosa esattamente abbia causato una tale serie di associazioni; posso solo dire che in queste associazioni sono presenti tutti gli elementi che ho potuto percepire assaporando fisicamente il tè in questione. E che si tratta, naturalmente, di elementi soggettivi.
-Raccontaci del libro. Credo di dovere spendere qualche parola per spiegare il perché del titolo. Non era e non è mia intenzione fare il verso al celeberrimo manuale di Lu Yu, il letterato e poeta cinese di epoca Tang che ha messo per iscritto tutta una serie di informazioni relative all'origine, alla produzione e alla preparazione del tè.
Il mio libro ha uno scopo e una natura completamente differenti: non si propone, infatti, di organizzare un lavoro attorno all'utilizzo della bevanda stabilendo dei precetti di correttezza, ma di apprestare una sorta di nomenclatura spirituale del tè, lasciando intravedere l'atmosfera che si crea attorno al tè stesso. Mi piaceva tuttavia l'idea di un canone, sia perché scandisce un insieme di norme - quasi a voler indicare, in senso lato, quale debba essere lo stato d'animo nel momento in cui ci si accosta ad un tè anziché ad un altro - sia perché costituisce un paradigma esistenziale in grado di rappresentare, di volta in volta, dei modelli di vita differenti, sovrapponibili, interscambiabili o semplicemente paralleli.
Il tutto è nato da un progetto comune con Paolo Candeo del "Signore del tè" di Torreglia: pensavamo a come poter sensibilizzare le persone su un tema così poco conosciuto quale è il tè, e così abbiamo organizzato un recital in cui io leggo il contenuto dell'intero libretto, mentre agli ospiti intervenuti viene offerta una degustazione guidata.
Il libro è organizzato in dieci quadri, otto dei quali contrassegnati dal nome di un diverso tipo di tè, più uno di apertura e uno di chiusura (acqua e fuoco) che richiamano gli elementi fondamentali nella preparazione della bevanda. Si tratta di brevissimi monologhi drammatici che percorrono i profumi e i sapori del nostro presente e del nostro passato, ma anche di un viaggio nel tempo che ci abita, fatto di nostalgie sottili, di incanti improvvisi e di braci che non si estinguono.
- Esiste un rapporto tra il tè e la poesia? Certo che esiste. E ti dirò di più: esiste un rapporto anche tra il tè e la calligrafia, perlomeno come viene intesa in Estremo Oriente, dove è assurta al ruolo - giusto e meritato - di vera e propria arte. La calligrafia, infatti, riproduce molto da vicino le movenze dello spirito e del flusso vitale che ci attraversa, ed è la condensazione, su carta, dell'intero che ci costituisce. Anche il tè produce delle scritture nel nostro animo, e anche il tè è in grado di creare delle bellissime calligrafie: con il movimento quasi impercettibile dell'acqua, con il vapore che si solleva lento dalla tazza, con le linee che lascia sulla ceramica, persino con le bolle dell'acqua che salgono in superficie mentre lo si prepara. La poesia è per eccellenza quel genere che, come diceva Jean Cocteau, «imita una realtà di cui il nostro mondo possiede soltanto l'intuizione», perciò il tè è una forma di poesia, in quanto momento perfetto in cui si ricrea la bellezza di un ordine intangibile di cui raramente abbiamo esperienza. Quando parlo di ordine, però, non mi riferisco affatto alla ritualità della cerimonia annessa, bensì a quella disposizione d'animo che si produce nella persona che si predispone ad assaporarlo e a farlo parlare.
- Che ruolo ha il tè nella tua giornata? Quale tipologia preferisci? Considero il tè terapeutico. Ha la capacità di riportare ordine dentro il caos. A me basta mettere l'acqua sul fuoco, preparare le foglie, sentirle sotto le dita, odorarne il profumo, guardarne il colore.
Preferisco non bere tè in tazze che non abbiano il fondo bianco o, al limite, trasparente e incolore: vedere il colore di un tè è un'esperienza metafisica - come del resto berlo - perché traspone la realtà tangibile in un mondo perfetto e incorruttibile dove anche le minime differenze di sfumatura sono il riflesso di un universo possibile, un dono prezioso che ci viene fatto e che testimonia della bellezza inesprimibile di cui è ancora capace il nostro mondo stanco e logorato.
Non passa giornata senza che io abbia bevuto in media sette-otto tazze di tè (in genere differente, ma non disdegno affatto il bis). Amo tutti i tè, ma in modo particolare lo Yinzhen bianco, il giallo Junshan Yinzhen, il Bai Mudan giallo di cui parlavo prima, il verde Taiping Houkui, e due Oolong che ho conosciuto di recente e mi hanno subito conquistato: l'Oolong "King's Grade" (proveniente dalla regione del Doi Tung, in Thailandia), che ha un leggerissimo ma delizioso retrogusto di albicocche e limone pur non essendo aromatizzato, e il Milky Oolong, con quella lieve sfumatura di latte vaporizzato che lo rende unico. Poi ultimamente ho provato due tè fenomenali: un Pu-erh bianco in mattonella e il verde Qiandao Chun, dolcissimo e morbido, prodotto nello Zhejiang nella sola quantità di 150 chili all'anno. Amo anche un buon Darjeeling e molti neri.
Come vedi, mi riesce difficile dirti quale tipologia preferisco: il tè è un vero universo da esplorare continuamente.
Chiunque volesse acquistare il libro può scrivere direttamente all’autore e ottenere così una copia autografata.
In alternativa, si può ordinare presso i siti Internet che si occupano di vendita di libri online, quali IBS, Libreria Universitaria e quant’altro, o si può richiederlo in qualsiasi libreria indicando il codice ISBN di riferimento: 978-88-88030-91-3 e l’editore (Edizioni Eva, Isernia).
tè verde
non falcio le erbe del giardino: tutte potrebbero servire un giorno, tanto quelle fiere e lucenti con i loro profumi quanto quelle inerti e basse, quasi timorose e inodori, che preferiscono rimanere nell'ombra ad ammorbidire il terreno.
con il tempo ho imparato che anche il ramo più corto può servire ad ospitare le barche in cerca di rifugio, anche le fronde più rade possono offrire riparo quando la luce si fa più impietosa. e ho appreso i ronzii che si nascondono tra le foglie, le voci sconosciute con cui gli alberi ci parlano, il numero segreto dei passi con cui scendere nelle nostre cantine.
e che la vita è qualcosa da non tenere troppo sul fuoco, che appena rimane un attimo di più nell'acqua diventa aspra e pungente, che se la vuoi assaporare fino in fondo può far conoscere aghi da legare la lingua.
vanno tuttavia bagnate le piante che ci abitano, e costantemente sorvegliate, perché l'infuso non abbia a soffrirne, poi, e le stanze non soffochino; perché si dia spazio a quello che si muove verso la luce, perché i mattini siano più freschi e le notti più morbide su cui cadere. perché, infine, si tagli quello che in noi è troppo, che è fuori, e ha nostalgia dell'infinito.
È stato un incontro importante quello con Sergio Porro. Una personalità geniale, una presenza famigliare, un uomo dal fascino indiscusso: un regista teatrale.
Una lunga barba bianca, un sorriso beffardo, gli occhi buoni.
L’ho invitato qui con il piacere e l’onore di offrirgli uno spazio da usare in maniera libera e spontanea.
Così gli porgo una tazza di tè, una vecchia poltrona di velluto e accolgo il suo racconto.
È nelle notti di rintronante tempesta che si crea. È sui lampi argentati che le immagini volteggiano, impazzite nel buio, a gran velocità, come nel finestrino della monorotaia di Shanghai in folle corsa a 430 km l’ora. È nelle notti di luna piena, se i lupi tacciono, che il cuore si riposa e la mente comincia i suoi viaggi di sogno e si ferma nelle memorie, antiche e future.
E si comincia a scrivere... E ti viene spesso da chiederti: sono mai stato piccino?
Ma l’incontro con una maestra del tè (almeno così io considero Acilia per il suo blog che frequento da tempo, unico per raffinatezza, sapienza dei colori, documentazione storica, approfondimenti e stimolanti suggerimenti) è risultato spontaneo e disciolto come liquido dorato chiuso dentro una brocca di vetro.
Quella sera ho imparato che blog si dice (e si scrive) con la "g" e non con la "b" e ho imparato che il tè prima di essere una bevanda è una cultura: ha bisogno del suo tempo e dà l'imbeccata ai suoi momenti in successione imponendoli quasi con timidezza: bisogna scoprirlo, individuare quello giusto, odorarlo da freddo e da caldo, osservare i suoi vapori leggeri, assaporarlo, sorseggiarlo, gustarlo e poi… ringraziarlo!
Io non faccio mai il tè. La fretta di tutte le mie azioni non mi consente di muovermi coi suoi tempi. Mi manca la calma e la pazienza della sua attesa. Mi mancano però anche i suoi profumi.
Ho conosciuto Acilia a Milano una sera di tardo settembre, ancora mite. Intorno a noi, le note laceranti di un sassofonista sdraiato e l’odore del Duomo. Quattro foglie di insalata. Qualche pomodorino affettato a metà. Un nodino che ancora piangeva un pochino di sangue… E tante, tante parole sul tè e suoi nostri interessi reciproci. Acilia ti guarda sempre negli occhi, senza timore. Lei che ha due occhi verdi (luminosissimi), come certe foglioline adagiate in fondo a una tazza di tè giallino, quasi incolore… proprio come, di regola, lo servono in Cina.
A giugno sono stato in Cina e in questo paese lo donano sempre, a tutte le ore, a colazione e prima e dopo i pasti principali. Spesso il cibo viene scelto a buffet tranne, ovviamente, il tè. Sui girevoli di tutti i tavoli viene posta a disposizione una tazza, generalmente bianca, che aspetta… Aspetta la teiera che l’inserviente stringe al petto e che, col suo pallido sorriso a mandorla, puntualmente arriva. Si china devotamente e scrupolosamente bisbiglia: Tè? (unica parola che conosce in tutte le lingue). Nonostante sia sempre chiara, qualche volta addirittura smorta, nonostante le foglioline verdi sul fondo della scodellina, l’infusione ha sempre sapori diversi. Ora dolciastri, ora pungenti, ora acerbi. Ecco perché, spesso, diventa predominante il desiderio di un prosecco.
E all’interno, dove i campi sterminati verso l’estate sono smeraldi, certi sperduti villaggi immutati nel tempo e nella storia, affascinanti come presepi, ovunque, ricordano che il tè è nato qui, in Cina. Incredibile.
Del resto quante innovazioni provengono dai Cinesi, anche la bussola e la polvere da sparo, la carta e l’arte della stampa, tutte cose importate in Europa secoli e secoli dopo. Una volta sono rimasto stupito che in fondo a un orinatoio non c’erano le solite palline deodoranti e maleodoranti, ma petali di rosa e foglie di tè molto larghe e aromatiche, chissà di quali specie… Ancora oggi non lo so, nessuno me l’ha saputo dire, nemmeno la nostra guida così buona e generosa.
Animo da una vita un gruppo di teatro sperimentale e ho chiesto ad Acilia di fare una piccola cosa per me. Lei ha mosso le ciglia compiaciute rispondendomi di sì e così, in una grande officina di fabbri ferrai, dove il Teatro Artigiano presenterà un’azione collettiva ai primi di novembre, ci sarà pure un angolino tutto per lei e in questo luogo, regina indiscussa all’interno del suo salottino, in silenzio preparerà un tè profumato per le sue amiche, pure senza parole.
E l’aroma spettacolare della sua creatura si diffonderà fatalmente nell’aria insieme all’odore della ruggine e della limatura di ferro. Per siglare il patto ci siamo stretti la mano e toccare la sua mano è stato come comporre una scena.
Ecco l’incontro: il tè col teatro. Ecco l’in-fusione: il tè con atro e, come per magia, i due vocaboli nel suono si fondono: tè-atro. Il tè con lo scuro, con il fosco, il tè con il tetro… (Sapevo che teatro deriva dal greco theà-omai che significa guardare, ora, in termini poetici piuttosto che filologici, devo dare senso a questa nuova accezione: tè con atro, cioè tè-atro, cioè teatro).
Ecco comunque il rinnovato tè-atro, il teatro di sempre, il teatro di allora quando la folla sotto l’Acropoli, ad Atene così come a Epidauro o in tutta la Grecia, gettava pietre e fichi secchi sugli attori incapaci, sconosciuti, colpevoli solo di essere giovani e pieni di speranza.
La prossima volta che la incontrerò, chiederò ad Acilia una pozione benefica per la mia gotta, questa malattia, oramai cronica, che mi sta distruggendo (divorando?) di dentro e di fuori, le mani soprattutto e i piedi.
Ci sarà mai un tè capace di concreti interventi sull’acido urico? Non chiedo l’inibitore, ma un po’ di sollievo appena gli attacchi si fanno acuti e dolorosi…
Uno dei rimedi, probabilmente ancora il solo, è la colchicina: esisterà mai un’infusione con i bulbi o le radici, o coi petali del croco che umilmente pennellano di bianco e di violetto l’erba autunnale dei prati alpini?
A lato corrono i sentieri e là dove si intravede quello alto, naturalmente vien voglia di una sosta, per un’ultima occhiata. Lontano si sentono le voci che si spengono e i suoni dei campanacci che si fanno più deboli. Allora, sul muggito di una bestia in disparte, ancora fermi per questa breve interruzione, eccoci persi in uno sguardo e un sorriso…
Ho idea che questa signora sia affascinante. L’ho scoperta per caso e mi ha incuriosita.
Lascio che siano le sue immagini e le sue parole a raccontarvi la ragione per cui ho desiderato che fosse qui.
Ancora grazie.
- Vera, quando e come è nata la tua passione per la pittura? Da piccolissima: adoravo scarabocchiare e soprattutto colorare e mia madre mi iscrisse ad una scuola di pittura, qualcosa di molto poco diffuso all'epoca. Passavo i più bei pomeriggi della settimana: sento ancora l'odore e l'effetto tattile di quegli impasti di tempere sotto il pennello, la gioia delle immagini che scaturivano tra i racconti di fiabe della nostra insegnante: che grande insegnante Lea Andreis!
- Ti sei laureata in lettere antiche: se e quanto questo interesse per gli studi classici ha influenzato il tuo modo di fare arte? Gli studi classici sono indubbiamente una parte fondamentale della mia cultura, quindi della mia formazione ed esperienza, ma l'io, la personalità che cresce con te è fatto di miscellanee e percorsi così vari!
Associo la cultura classica, almeno quella delle immagini, alla solidità, all'equilibrio e questo in parte l'ho assorbito ed è stato un riferimento; ma poi è diventato intrigante il sogno, l'associazione di idee, il subconscio, l'instabile, e forse ciò ha finito col prevalere. Ma questa è una parte: l'immagine è fatta di un soggetto, che può essere un non-soggetto (astratto), di un segno, un disegno, di colori, di tecnica... e queste cose si compongono nei modi più vari, all'infinito, e Chagall può volare coniugandosi con i colori di Masaccio, mentre Simone Martini può trasformarsi in una maschera etnica. Il negativo/positivo delle pitture tribali australiane può passare attraverso la fotografia, scorrere nell'arte del Novecento e traboccare nell'arte astratta.
- Come definiresti la poetica dei tuoi quadri? Forse in questo periodo preferisco sia letta dall'esterno, comunque qualcosa può dire il titolo di una mia mostra di qualche anno fa: Straordinario e Quotidiano. Ecco è la straordinarietà di quanto possiamo avere sotto gli occhi anche ogni giorno, che mi stimola. A volte sono gli occhi che fanno le cose e ce ne rimandano il fascino, è il tipo di rappresentazione, gli accostamenti, che suggeriscono il nuovo, che accendono luci anche insospettate. Attualmente sto dipingendo una nuova serie, diciamo che prende spunto dal genere della natura morta, ma non lo è nel vero senso della parola ed è il mio modo attuale di parlare del mondo femminile, delle sue storie, delle sue relazioni...Sono passata negli ultimi anni dai Salotti che erano un gioco di forme del cuore della casa e man mano si sono animati con una e più persone, narrando il dramma dell'11 settembre e poi stilizzando relazioni e situazioni. Sono entrata nelle camere da letto con una serie dedicata agli Amanti e alla Luna. Ho giocato a lungo con le tavole imbandite e la seduzione dei Sott/Intesi. Spesso ho estratto dei particolari di una serie per crearne un'altra: sono nate le Lune, oggi sta nascendo qualcos’altro.
- Perché proprio il tè? Mio marito adora il tè. Mia figlia tè, teiere e tazzine. Il tè rientra nell'atmosfera quotidiana, sa di pausa, di carica, di benessere, di storia. E le teiere hanno tante belle forme intriganti, come le tazzine, i cucchiaini, le zuccheriere. Avevo altre volte inserito queste forme nelle mie immagini, ma il primo quadro sul tè mi è venuto in mente per mia figlia: è dedicato a lei, anche se è stato portato a termine per una mostra a Todi sul 'benessere'.
Poi una parte di quel quadro è stata utilizzata come copertina di un libro di una psicologa sull' autostima al femminile. Quanti messaggi nei semplici gesti del tè: tradizione, atmosfera, comunicazione, eleganza, relax, vita. E la comunicazione come tema, unitamente all'eleganza delle forme hanno continuato a giocare a favore del tè in tanti quadri, anche come 'inciso', semplice suggerimento connotativo, ma essenziale.
- Come lo collochi nelle tue creazioni? I miei quadri dedicati al tè narrano un gioco di seduzione. Ho scelto il tè ( ma anche il caffè e gli infusi in genere) per narrare la seduzione nei suoi incontri rapidi ma densi, i suoi aspetti diretti ma misteriosi, perché il tè rappresenta momenti brevi ma intensi, ci consente soste di abbandono in cui prendono vigore forze appartate dentro di noi.
- Sei nata a Napoli: come gli occhi di un’artista vedono questa città? Non la vedo con gli occhi di un'artista, per certi versi sono troppo coinvolta, per altri la conosco troppo poco. Comunque non è una città, è un pianeta. Sai che sono anche un po' brasiliana ? Beh, per me Napoli è saudade.
- Ci racconti il tuo rapporto con il tè? Io bevo tè. Prediligo i tè alla frutta e quello al gelsomino.
Mi piacciono le sale da tè. A Roma ce n'è una in particolare di fronte alla scalinata di Piazza di Spagna, ma la mia preferita per la varietà di tè che offre e il garbo con cui il tè viene servito si trova in Val Badia. Faccio acquisti sia al supermercato che in negozi specializzati.
Nella nostra casa c'è chi beve tè a tutte le ore e chi come me lo associa soprattutto a momenti confortevoli e rilassanti, magari di due chiacchiere con una tazza calda tra le mani, con un occhio ad accessori di grazia: qualche centrino, un vassoio, zuccheri speciali.
Comunque quando penso al tè mi vengono alla mente più le geishe che le brume inglesi; o forse i contrasti tra i colori caldi dell'India, i suoi profumi e la sua folla di tradizioni e le colonie inglesi. Mi vengono alla mente gli arredi cinesi, millenni di poveri e di impero, bambine di troppo e mercanti in viaggio, spazi enormi e tende, intrighi.
*Aggiornamento del 20.07.2008
Ringrazio Vera Puoti per aver pubblicato parte di questa intervista nel suo catalogo "Formule di sogno", edito in occasione della sua mostra a Copenaghen presso l'Istituto Italiano di Cultura dal 21 agosto al 26 settembre 2008.
Specchiandomi
nel riflesso del tè ho visto colori e profumi nuovi:
ho lasciato che mi ridisegnassero il volto e i pensieri.
Con un soffio spingo questo riflesso fino a voi, con la
speranza di poter scoprire e condividere, insieme a qualche
spunto di vita vissuta, il piacere della meraviglia di
questo impero dei sensi.
Avete mai provato ad inventare o sperimentare delle ricette
a base di tè?
Se lo avete già fatto, o avete voglia di tentare, scrivetemi
qui e inviatemi la vostra creazione: di tanto in tanto provvederò
a pubblicare ogni vostra proposta. Per il piacere di stare tutti
a tavola insieme.
IL TÈ PER TE
Se non avete modo di acquistare un tè che vi incuriosisce, scrivetemi e proverò ad aiutarvi spedendovi l'infuso che desiderate. Direttamente a casa vostra.